NEERA. LA FRECCIA DEL PARTO

Collana Àncóra. Spazi immaginari di una realtà letteraria - 2

A cura di Carlo Tremolada - Presentazione di Gian Luca Baio

Editore: Centro Studi Val San Martino

Caprino Bergamasco, maggio 2010 - 153 pp.

Costo: € 10,00

 

                                                                                                                                                                                                                                                      

 

 

PRESENTAZIONE - di Gian Luca Baio

 

«I poeti, i pensatori e gli artisti insigni hanno la facoltà di trasfondere una parte della loro anima nelle case e nei paesi. A Bellano palpita ancora la soave mestizia di Tommaso Grossi; nelle vie di Recanati gemono le tetre lamentazioni di Leopardi; e nei blandi sussurri del lago che un tempo si chiamava l’Eupili riderà sempre l’arguta ironia dell’abate Parini. Non vi è angolo di terra tanto maledetto dalla natura e dalla sorte che non eserciti un vivo fascino di simpatia in chi lo visita interrogando le orme di un uomo d’ingegno o di una figura geniale che vi ha soggiornato»: con queste ispirate e in un certo senso profetiche parole Antonio Ghislanzoni, nell’ottobre del 1890, introduceva un appassionato articolo dedicato alla scrittrice milanese Neera che aveva più volte soggiornato in quello stesso paese – Caprino, in Valle San Martino – che lo scapigliato lecchese aveva un decennio prima eletto a definitivo buen retiro, dopo anni d’affannoso peregrinare tra Milano e Lecco. Neera – allora una delle scrittrici italiane più celebri: modello di prosa rapida coniugata a una spontanea propensione per l’analisi introspettiva e lo scavo psicologico dei personaggi, soprattutto femminili – sarebbe morta 28 anni dopo quello scritto ghislanzoniano, il 19 luglio 1918 e nonostante la chiara fama conseguita in vita, molte delle sue opere vennero da tale data completamente dimenticate e non furono mai più ristampate; La freccia del Parto – che oggi rivede la luce grazie alle cure preziose di Carlo Tremolada – è una di quelle e rappresenta un tassello ulteriore per cercare di ricomporre il singolare legame d’arte e di vita che la scrittrice intrattenne con la Valle San Martino e i suoi paesi: in questo caso Calolzio, dove viene ambientata e svolta quasi interamente la trama del racconto.

Anna Zuccari – nota appunto con lo pseudonimo di Neera – nacque a Milano nel maggio del 1846 e trascorse una giovinezza malinconica e riflessiva, prematuramente segnata, ancor adolescente, dall’improvvisa morte della madre. La scrittrice rievocò quel periodo della sua esistenza nell’autobiografia dedicata a Luigi Capuana, riassumendolo laconicamente così: «Leggere, scrivere, pensare: ecco il riassunto della mia giovinezza. Erano le sole gioie che avevo alla mia portata e le prendevo avidamente». Quella vita umbratile («Crescevo tutta dentro di me»), trascorsa accanto all’austera figura del padre, fu intervallata da lunghi soggiorni a Caravaggio, presso i nonni materni, a Casalmaggiore, presso le zie paterne e a Caprino Bergamasco: luoghi poi divenuti mitici e tutti riconducenti all’illimitato flusso del temps perdu, dove fluiva lenta quella calda vita della provincia lombarda che fece poi molto spesso da sfondo alle vicende narrate nei romanzi della maturità. Sposatasi nel 1871 con Adolfo Radius, visse costantemente appartata, profondendo totale dedizione alla famiglia e alla letteratura; semplicemente «una signora che scrive» la definì un critico del tempo e Roberto Sacchetti in Milano 1881 ne tracciò questo essenziale ma illuminante profilo: «La scrittrice che tutta Italia conosce col pseudonimo di Neera e di cui ben pochi sanno il nome vero, è una modesta madre di famiglia; molto seria benché di carattere vivace e giovanissima, vive unicamente per la famiglia; lavora per la famiglia e come: tre o quattro romanzi all’anno, articoli per il “Fanfulla”, per il “Corriere del Mattino” e per la “Gazzetta Letteraria”, per sei o sette giornali minori, e si lamenta che gli editori non gliene stampino quanti si sentirebbe di farne». Dunque, vocazione materna e attività letteraria intensissima: collaborò ai più importanti giornali e riviste dell’epoca dal “Corriere della Sera” alla “Nuova Antologia”, dal “Corriere di Napoli” al “Marzocco”; scrisse moltissimi libri che furono sempre diffusamente recensiti e che ebbero un fedelissimo pubblico di lettori che ne decretò ogni volta un largo successo; riuscì a intessere fittissime trame epistolari con i più noti intellettuali del tempo da Verga a Capuana, da Angiolo Orvieto a Benedetto Croce, tanto che il corpus della corrispondenza che ne rimane, si qualifica come tra i più interessanti e preziosi del secondo Ottocento. Morì nella sua casa di via Borgospesso a Milano, ormai più di novant’anni fa, nel 1918.

Teresa, Lydia e L’indomani sono i titoli dei suoi libri più famosi e celebrati dalla critica ma nella sua ampia produzione letteraria è interessante segnalare anche un breve romanzo – o meglio forse si direbbe, racconto lungo – del 1883, La freccia del Parto, interamente ambientato a Calolzio (oggi Calolziocorte, dopo la fusione con il vicino comune di Corte nel 1927); la vicenda inizia e si sviluppa proprio a Calolzio, in un’atmosfera provinciale ma civettuola, tra eleganti villini liberty (villa Olimpia, villa Paolina) e tranquilli giardini crepuscolari immersi in una vegetazione lussureggiante, delimitati dallo «stradone» e abitati da un profondo silenzio, lacerato solo dal fischio del treno a vapore della vicina linea ferroviaria. Le coordinate spaziali dentro le quali si dipana l’intreccio romanzesco sono chiare già dalla prima pagina del romanzo: «7 e 45. Costanza rileggeva per la cinquantesima volta l’ora della corsa. Ella era sempre un po’ distratta; ma fatta finalmente persuasa che il diretto per Calolzio non partiva che alle 7 e 45, e consultando il suo cronometro che segnava le 6, capì che aveva un’oretta abbondante di aspettativa». Nella Freccia del Parto la scrittrice ci restituisce un’immagine ormai irrimediabilmente perduta di Calolzio, in cui la natura è ancora in grado di permeare fortemente la dimensione quotidiana del vivere, assumendo in certi casi toni di psicologismo intenso, sia che si tratti della natura “addomesticata” del giardino di villa Olimpia: «Aveva deciso di passare la sera leggendo le poesie di Musset, ma era un po’ presto per accendere il lume. Sedette su una panchina a godersi la bella notte. Le ortiche d’America coi loro fiori gialli e rossi imbalsamavano l’aria; le lucciole mettevano dei punti luminosi sui cespugli; si sentivano cantare i grilli nell’erba. Dal cancello del giardino la strada maestra appariva bianca sotto i raggi della luna; i rari viandanti battendo il piede sulla terra secca vi destavano un’eco misteriosa come di luoghi disabitati»; sia che si tratti dell’aperta campagna autunnale della Valle San Martino e delle colline che cingono l’abitato calolziese: «Ottobre dipingeva la campagna di una tinta malinconica; il giallo dominava sul verde. Le colline sfumavano dentro un velo di nebbia rotta qua e là dalla freccia acuta di un campanile. La natura era fredda e silenziosa, il cielo grave; si sentiva l’inverno attraverso le folate di vento che facevano cadere le foglie e stridere i rami».

Narrazioni, sensazioni ed emozioni legate a filo doppio a un preciso territorio, a una geografia data e parimenti traslata, nella misura in cui ci viene restituita da un lato una memoria “pubblica” e storicizzabile di luoghi, spazi e cose, dall’altro una memoria più individuale, psicologica, una tenue microstoria quotidiana fatta di eventi privati e minuti, accaduti in chissà quale parte del nostro passato ma probabilmente accolti, rielaborati e trasfigurati nelle pagine di Anna Zuccari. E se è vero che in ogni individuo è presente una sedimentazione genealogica legata al passato che chiede coscienza, forse – sia pur talvolta con qualche complice sforzo di svecchiamento contenutistico e lessicale – la rilettura delle pagine di Neera potrà portarci un qualche “riconoscimento” in più, inducendo magari una parte di noi a ri-velarsi; che forse altro non è che un “velarsi” di nuovo ma probabilmente con una consapevolezza accresciuta. E questo piccolo ed elegante libro curato con la solita competenza e rigore da Carlo Tremolada è forse proprio qui garbatamente a suggerircelo.

 

INDICE

 

Presentazione - di Gian Luca Baio

 

La freccia del Parto

Neera e la sua opera letteraria - di Tommaso Cannizzaro ("Neera et son oeuvre littéraire" , premessa all'edizione in lingua tedesca del 1894)

Nota bibliografica - di Carlo Tremolada

Immagini liberamente tratte dai disegni di Aubrey Beardsley

 

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Ultimo aggiornamento: 09-12-11